È tutta una questione di numeri

Numeri: quell’inevitabile consapevolezza che coglie la donna alla soglia dei trent’anni. Se n’è stata in silenzio e in attesa per decenni, in un angolino della memoria accatastando ricordi ed esperienze, con l’unico scopo di uscirsene allo scoperto un giorno insospettabile – tipo il giorno dei saldi da Feltrinelli. Ed ecco che srotola la luuunga pergamena con la lista di tutto quello che avremmo voluto dimenticare, che in effetti pensavamo fosse dimenticato, e invece: no-assolutamente-no.

I ricordi tornano su tutti insieme, come nelle “indigestioni scontate”, per esempio la colazione alle 3 di notte che “Sii mi ci sta il paninozzo, ho una famee!”, ma il giorno dopo sei più convinta che mai che la vita in futuro potrà riservarti al massimo il divano e una tisana al finocchio.

I miei ritorni al passato cominciano inevitabilmente da Luigi, con cui ho pomiciato sull’autobus della gita delle medie (seconda pomiciata della mia vita, prima indiscussa delusione). Uomo la cui posizione cambia costantemente nella mia memoria, passando – e non parlo cronologicamente – dall’essere un tenero ragazzino con un buffo accenno di peluria sopra il labbro superiore, al demonio capostipite di tutti i ragazzi interrotti conosciuti dopo di lui – dipende dal mood della giornata.

In ogni caso, l’idea di scrivere questo post mi è venuta qualche tempo fa vedendo un filmetto easy easy che si chiama What’s your number?, con una super informissima Anna Faris e Captain America Chris Evans – che pure in borghese fa l’effetto giusto.

Nel film, Ally decide di punto in bianco di essere stata a letto con il numero massimo di uomini possibili, allora l’amore della sua vita deve essere per forza un suo ex, che non conta come un +1. Scrive la lista di nomi e chiede aiuto al vicino. Ça va sans dire, Captain America della porta accanto è quello che più si avvicina a un (p/b)enefattore, e l’aiuterà a rintracciare ogni nome della lista.

Dopo un leggero fastidio per l’obsoleto messaggio comunicato alle donne da un film del 2011 – e vi risparmio il pippone correlato – mi sono trovata a riflettere.

No, non seguiranno informazioni personali quali numeri, pesi e misure.

La riflessione è: quand’è che diventiamo severi giudici di noi stesse al punto che ci limitiamo nelle emozioni, nelle relazioni e nella vita? E siamo d’accordo, questo non significa che ci si debba forzare a fare l’esatto opposto di quello che vorremmo, semplicemente, perché non ci accettiamo? Perchè non accettiamo la nostra natura? Perché non accettiamo quello che vogliamo fare? Perché non lo accogliamo come una qualsiasi altra parte del nostro corpo, che so un piede o un braccio.

L’immagine che mi viene in mente ora è quella di un fitto cespuglio di rovi: per mangiarne i frutti, bisogna sporgersi, addentrarvi e uscirne con un po’ di ferite, con l’epidermide danneggiata quel tanto che basta da lasciare il segno, per non dimenticare di quanto fossero buoni i frutti.

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