Ho trent’anni.

L’ultima settimana è stata tutta un’alternarsi di allegria e afflizione, gaiezza e mestizia. Poi finalmente ieri ho compiuto 30 (trenta, T.R.E.N.T.A.) anni.
Ho invitato qualche amico per un brindisi nel nostro locale preferito, mi sono guardata bene dal programmare chissaché, ho pensato solo alla torta, un ostinato esercizio volto a ridestare il fanciullino sopito: sfilatino con la crema di nocciole.
Mentre facevo mente locale su quanti pezzetti si potessero ricavare da uno sfilatino intero, equazione comprensiva di variabili e incognite, ça va sans dire, mi ha colto un momento di morigeratezza al quale non ho potuto che dare udienza.

Trent’anni. TRENTA. Scusate la ripetizione.
Tra le varie cose di cui mi recrimino c’è quella di sentirmi perennemente in affanno e restare puntualmente con un pugno di mosche in mano. La vita nel regime della libera professione è così, dovrebbero scriverlo nell’atto di apertura della p.iva. Oltre a rendere più o meno noto del 33mila% di tasse da pagare, dovrebbero aggiungere come nei medicinali: può provocare bipolarismo, gravi oscillazioni emotive e disturbi umorali.
Era tutto pronto per un ciclo completo di “biasimo autogeno”, poi mi è tornato alla mente un articolo letto per caso mesi fa e mi sono sentita colpevole di superficialità.
Ho trent’anni e sono fortunata. E per chi pensa che la fortuna non esista, sappiate che prima dell’esistenza di qualsiasi essere umano su questo mondo maltrattato, la fortuna è il parametro che gioca il ruolo principale per il nostro futuro, vorrei aggiungere che ce lo delinea in tutto e per tutto ma cercherò di essere positiva – è sempre il mio compleanno. Nessuno di noi ha modo di decidere la cosa che più di tutte influenza la nostra vita: il luogo dove nasciamo. Ed è quando tiri una linea e cerchi di sistemare in un ordine accurato tutti i risultati raggiunti che capisci che non è quello che hai, ma quello che manca a fare la differenza.

Ho trent’anni e non ho mai vissuto una guerra sulla mia pelle.
Ho trent’anni e non ho mai subìto uno stupro.
Ho trent’anni e non c’è qualcuno che dispone del mio corpo al posto mio.
Ho trent’anni e non ho dovuto abbandonare i miei cari in un paese lontano.
Ho trent’anni e non sono mai stata venduta come schiava.
Ho trent’anni e non sono mai stata guardata o apostrofata con odio.
Ho trent’anni e non sono mai stata torturata.
Ho trent’anni e non sono mai stata imprigionata ingiustamente contro la mia volontà.
Ho trent’anni e non ho dovuto affrontare un viaggio disumano per sfuggire da condizioni di vita spiacevoli.
Ho trent’anni e non ho dovuto partorire in condizioni precarie.
Ho trent’anni e non sono morta.

È lapalissiano dovercelo ricordare oggi, nel 2018, ma siamo stati semplicemente favoriti dalla sorte ad essere nati nella parte fortunata del mondo.
L’articolo che mi è tornato in mente titolava “16 bimbi non hanno mai raggiunto la Diciotti. [..] durante la detenzione sotterranea in Libia sono nati 16 bambini, poi morti” non c’è modo per edulcorare il significato delle parole, tanto meno delle azioni.
Di fronte a questo, chi se ne importa di quante fette di pane e crema alla nocciola si ricavano da uno sfilatino intero.

Il regalo che mi sono fatta quest’anno è un piccolo aiuto ad Emergency.

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