Le diffide di Irene

Una delle cose più belle che si possono fare dopo i venticinque anni, diciamo ventiequalcosa, è ritrovarsi a cena tra amiche.

Un classicone vede le donne in eterna competizione tra loro in un susseguirsi di colpi bassi e frecciatine nell’aulico gioco del “ce l’ho più lungo” versione femminile. E invece no. Dai ventiequalcosa in poi le serate tra donne rappresentano uno dei migliori modi per tornare a casa spensierate e con il sorriso.

Questo perché, dopo anni di paturnie e varie ed eventuali, siamo finalmente serene, ci circondiamo di persone che amiamo e con cui possiamo essere noi stesse, con cui poter parlare di tutto, ma proprio di tutto senza peli sulla lingua. In ogni serata tra donne che si rispetti esiste una sola regola:

  • Non parlare mai del Fight Club emh… Quello che succede a Las Vegas resta a Las Vegas emh va beh, ci siamo capite.

Oggi però faremo un’eccezione, perché quando si raggiungono livelli di conoscenza cotanto elevati non si può fare a meno di divulgare il verbo. In questo caso il verbo di Irene.

Nel corso di una serata tra cinque donne – single e non in percentuale variabile – si passano inevitabilmente in rassegna le novità in ambito “uomo” – vi invito caldamente a consultare la pagina wikipedia “Uomo” per approfondimenti e ottimismo – e qui sopraggiunge l’amica che candidamente lancia perle/diffide lapidarie alla mercé dell’umanità, tipo:

  1. Diffida due volte degli uomini che si rasano i capelli a pelle. La prima perché tranne Mastrolindo, Casper e The Rock nessun uomo sceglie veramente di assomigliare ad un cono gelato con una pallina sola, quindi sta mentendo. La seconda, ma non meno importante, è che se lo sceglie veramente, probabilmente nasconde qualcosa, tipo un ego sproporzionato.

  2. Diffida dei ragazzi troppo alti. Che tu sia un onestissimo 1.50 o un audace 1.70 per loro non farà alcuna differenza, la tua statura sarà sempre paragonata a una caramella mou che chissà perché ha deciso di mettersi sopra un barattolo, le tue capacità di svolgere una qualsiasi attività giornaliera considerate praticamente inesistenti.

  3. Diffida dei ragazzi con i capelli più lunghi dei tuoi. Cosa nasconde la folta chioma di un uomo: uno spirito ribelle e inaffidabile o una calvizie incipiente? In ogni caso oltre ad intasare per sempre lo scarico della doccia costringendoti al trasloco, prima o poi finirà per usare i tuoi elastici. Tutti i tuoi elastici.

Ndr: questa diffida non vale per Jason Momoa.

 

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The Collection – Barry White (1988)

The Collection di Barry White, anno 1988, è la prima musicassetta che ho ascoltato a loop della mia vita.  A loop perché era quella che stava dentro la Ford Sierra bianco panna, 5 porte, di mio padre – 5 porte non è un dettaglio da trascurare, poi capirete perché. Penso una delle poche auto della storia uscita dal concessionario e tornata praticamente identica quando l’ha venduta almeno 14 anni più tardi.

Aveva la fissa delle auto mio padre, non so se esiste un nome per chi è un grande amante delle macchine, quella è una delle qualità che non ho ereditato.

Dentro la Ford Sierra bianco panna di mio padre non si poteva: mangiare, giocare, chiacchierare, muoversi, fare scherzi alla sorellina piccola, toccare il finestrino, alitare sul finestrino, disegnare sul fiestrino, mangiare caramelle, mangiare chewingum – dopo quella volta in cui per buttarne uno ho aperto lo sportello in corsa – mettersi in ginocchio sul sedile al contrario, erano vietate anche le varie ed eventuali, tipo la sosta per fare pipì finché non trovava una piazzola che soddisfacesse i suoi gusti, anche gli autogrill non erano adatti certe volte.

Quando ha venduto la Ford Sierra si è comprato una Ford Focus station wagon, grigio metallizzato – era un tipo abitudinario.

La Ford Focus station wagon di mio padre era sempre perfetta, profumava di nuovo anche se aveva 12 anni. La tappezzeria era nuova e nessun dettaglio tradiva l’età dell’auto, la curava in ogni piccolo particolare come la luce della plafoniera – non so se si chiama così la luce che si accende quando si apre lo sportello della macchina, facciamo di sì. Beh, la luce della plafoniera è stata nell’ordine blu nightclub e rosso inferno.

Al posto dell’accendisigari c’era sempre il caricabatterie del navigatore, navigatore che era h24 attaccato al parabrezza, spento. Nello stereo c’era l’immancabile The Collection di Barry White riversato su CD.

Non me la faceva mai guidare la sua Ford Focus station wagon, diceva che non avrei saputo regolarmi con le dimensioni, neanche in caso di ampio parcheggio.

Una volta però l’ho guidata. L’ho riportata a casa.

Lui non se lo aspettava.

La Forf Focus station wagon grigio metallizzato di mio padre quel giorno era  in disordine, c’erano macchie di cenere sui sedili.

Appena mi sono seduta alla guida ho capito che lui la puliva con cura ogni volta che ci aspettava, me e mia sorella. Quando sapeva di vederci.

In quel momento mi sono resa conto che c’erano aspetti di mio padre di cui ero completamente all’oscuro. Mi sono sentita persa.

L’esate di cinque anni fa, quella in cui mio padre ci ha lasciate avevo cominciato a scrivere una storia, parlava di lui.

L’ho lasciata in sospeso. La mia auto non è ancora in ordine.

Oggi avrebbe compiuto 56 anni. Manca.

 

È tutta una questione di numeri

Numeri: quell’inevitabile consapevolezza che coglie la donna alla soglia dei trent’anni. Se n’è stata in silenzio e in attesa per decenni, in un angolino della memoria accatastando ricordi ed esperienze, con l’unico scopo di uscirsene allo scoperto un giorno insospettabile – tipo il giorno dei saldi da Feltrinelli. Ed ecco che srotola la luuunga pergamena con la lista di tutto quello che avremmo voluto dimenticare, che in effetti pensavamo fosse dimenticato, e invece: no-assolutamente-no.

I ricordi tornano su tutti insieme, come nelle “indigestioni scontate”, per esempio la colazione alle 3 di notte che “Sii mi ci sta il paninozzo, ho una famee!”, ma il giorno dopo sei più convinta che mai che la vita in futuro potrà riservarti al massimo il divano e una tisana al finocchio.

I miei ritorni al passato cominciano inevitabilmente da Luigi, con cui ho pomiciato sull’autobus della gita delle medie (seconda pomiciata della mia vita, prima indiscussa delusione). Uomo la cui posizione cambia costantemente nella mia memoria, passando – e non parlo cronologicamente – dall’essere un tenero ragazzino con un buffo accenno di peluria sopra il labbro superiore, al demonio capostipite di tutti i ragazzi interrotti conosciuti dopo di lui – dipende dal mood della giornata.

In ogni caso, l’idea di scrivere questo post mi è venuta qualche tempo fa vedendo un filmetto easy easy che si chiama What’s your number?, con una super informissima Anna Faris e Captain America Chris Evans – che pure in borghese fa l’effetto giusto.

Nel film, Ally decide di punto in bianco di essere stata a letto con il numero massimo di uomini possibili, allora l’amore della sua vita deve essere per forza un suo ex, che non conta come un +1. Scrive la lista di nomi e chiede aiuto al vicino. Ça va sans dire, Captain America della porta accanto è quello che più si avvicina a un (p/b)enefattore, e l’aiuterà a rintracciare ogni nome della lista.

Dopo un leggero fastidio per l’obsoleto messaggio comunicato alle donne da un film del 2011 – e vi risparmio il pippone correlato – mi sono trovata a riflettere.

No, non seguiranno informazioni personali quali numeri, pesi e misure.

La riflessione è: quand’è che diventiamo severi giudici di noi stesse al punto che ci limitiamo nelle emozioni, nelle relazioni e nella vita? E siamo d’accordo, questo non significa che ci si debba forzare a fare l’esatto opposto di quello che vorremmo, semplicemente, perché non ci accettiamo? Perchè non accettiamo la nostra natura? Perché non accettiamo quello che vogliamo fare? Perché non lo accogliamo come una qualsiasi altra parte del nostro corpo, che so un piede o un braccio.

L’immagine che mi viene in mente ora è quella di un fitto cespuglio di rovi: per mangiarne i frutti, bisogna sporgersi, addentrarvi e uscirne con un po’ di ferite, con l’epidermide danneggiata quel tanto che basta da lasciare il segno, per non dimenticare di quanto fossero buoni i frutti.

La dura vita della coinquilina di un gatto, leggi gattara

Quando ero piccola avevo una tigre di peluche che si chiamava Raja (in onore della tigre di Jasmine) ci dormivo insieme tutte le notti, vacanze comprese, e mi ci addormentavo tenendogli stretta la zampa destra.

Inutile dire che alla fine la zampa che tenevo stretta tra le mani è diventata più sottile e lunga dell’altra, praticamente dopo qualche anno la mia tigre aveva brillantemente superato la poliomielite.

Mi sono ricordata di Raja la scorsa notte, mentre ascoltavo la seconda ora del miagolante lamento di Ortica – il gatto sordo che vive con me, che ha il tono di voce di una scimmia urlatrice, che non so ancora come i miei vicini non abbiamo chiamato nell’ordine: l’amministratore del condominio, i carabinieri, la polizia e gli scienziati dell’area 51.

Potrebbe quindi essermi tornata in mente Raja perché trattasi di felino meno rumoroso dell’attuale, rimpianto.

Di notte Ortica si lamenta perché:
a) la ciotola è piena di cibo che gli piace molto ma che in quel momento proprio non gli va.
b) sopra la cassettiera ci sono troppe cose, ci sono sempre le stesse cose ogni giorno, ma di notte lo disturbano, quindi vanno scaraventate sul pavimento con stizza.  – questo mina incredibilmente il mio già suscettibile temperamento ansioso.
c) la mia posizione sul letto lo indispettisce oltremodo, le mie gambe sono sempre nel posto in cui vorrebbe essere steso. –  questo compromette la mia circolazione periferica perché seppure controvoglia ci si stende sopra, credo che pensi “scomodo io, scomoda tu – gnegne”.
d) mentre dormo e soprattutto al buio non posso dedicare ogni mia attenzione a lui. Smette di lamentarsi come Satana solo se accendo la luce e lo guardo – lo fisso proprio. Sto imparando a dormire come i cavalieri, con un occhio aperto, giusto per provare a fregarlo – fin ora con scarsi risultati.

La situazione sta diventando talmente seria che quando arrivo in ufficio con la faccia stravolta non mi si chiede più se è per una bella serata, ma a che punto è la mia trasformazione in Eleanor Abernathy.  Come chi?!

 

Quando lui trova un’altra

Overthink, [pensare troppo a], deve essere eletta parola dell’anno. Ne abusiamo per lo più facendo convergere fonti inestimabili di energia in questioni che dovrebbero impegnare si e no il tempo di uno starnuto. Tipo quando? Tipo quando lui trova un’altra.

Complice un viaggio in treno, ho cominciato a pensare (overthink-are), a formulare delle ipotesi. La ragazza seduta davanti a me ha parlato al cellulare tutto il tempo, era inevitabile che io entrassi nella conversazione, non ascolto musica quando viaggio, di solito leggo ma l’argomento mi interessava assai.

Espongo il caso: donna, età apparente 25-29, affascinante. E non solo perché a me tutte le donne sembrano affascinanti, non riesco a trovare una donna che non abbia quel qualcosa che fa girare la testa. Non c’entra la taglia, il vestito o l’apparenza. È proprio il modo che abbiamo di parlare, di rigirarci i capelli tra le dita, di giocherellare con l’asola della giacca, di accavallare le gambe, di stare sedute, il modo in cui giriamo la testa, come la incliniamo, la linea che evidenzia il collo quando sospiriamo, sono cose che non possono passare inosservate.

In ogni caso, tornando a noi, la sventurata – solo perché si è trovata me come passeggero – ha passato due ore di viaggio a raccontare all’amica dall’altro capo del telefono la sua ultima disavventura, penso si sia trattato di una di quelle telefonate report in cui si passa al setaccio ogni parola, pausa, movimento, sguardo del tempo passato insieme a lui, che tu, web analyst specialist scansati.

La sostanza è: il tipo ha trovato un’altra. Lo diceva come se avesse appena scoperto che le unghie con i disegnini sopra sono raccapriccianti, una doccia gelata che ti porta via l’anima. Che adesso detta così fa ridere, ma ricordo perfettamente il momento preciso in cui ho scoperto – ovviamente queste cose si scoprono – che il mio ex aveva trovato un’altra (dopo circa 28 giorni dalla nostra rottura, roba che forse non mi era tornato ancora il ciclo, n.d.r.). Beh, devo essere onesta, la rosicata era dietro l’angolo, e certe volte pure dritta in faccia, ma nei momenti di lucidità mi dicevo che andava strabene così, perché avevo una nutrita lista di buoni motivi che l’avevano fatto diventare un ex e sono convinta che questo pensiero sia più che condivisibile.

La ragazza del treno non era di questo avviso, ma soprattutto le era capitata la “madre” di tutte le atroci possibilità: quando lui torna con la ex.

Quando tornano con la ex, con la donna della quale non erano più innamorati, quella di cui avete parlato fino al vomito con la quale non erano se stessi o semplicemente la donna che avevano capito di non aver mai amato. Ecco allora li, con tutta la buona volontà, no. No, non capiamo. Non li capiamo. Non riusciremo mai a capire cosa spinge lui a rifugiarsi in una situazione non soddisfacente. Attenzione, vale anche per lei che torna con l’ex.

Secondo il mio modesto parere, quello che dovremmo tenere bene a mente in questi casi è semplicemente che “va bene così”. Di ringraziarlo per avervi dato prova che non poteva essere l’uomo giusto per voi e se continua a prendervi un sacco, se quando lo vedete avete lo stomaco in subbuglio provate a pensare che non si tratta dello stomaco, magari il movimento è un po’ più giù dove le nostre amiche ovaie reclamano qualche momento di divertimento in zona “dove non batte mai il sole” perché non dobbiamo temere il desiderio, ma dovremmo diventare più furbe nel riconoscerlo.

Perché ci piacciono gli stronzi?

Grazie al mio amico Fab – ritardatario cronico – ieri sera sono stata 20 minuti seduta da sola al tavolino del bar a far finta di scrivere a qualcuno al cellulare mentre ascoltavo con nonchalance tutti i dettagli di una chiacchierata tra due amiche in cui lei (avvenente 40enne) raccontava della discussione avuta con il compagno 53enne (secco come un chiodo n.d.r.) il quale dopo aver conosciuto una tipa l’ha aggiunta su facebook. “Ti sembra” stava dicendo all’amica “una scenata di gelosia!? Non era gelosia, questa è mancanza di rispetto” per avere un’idea, è stata 10 minuti a ripetere di avergli detto che era una merda e che si doveva vergognare. Quando l’amica l’ha chiamata Monica sono morta.

La conversazione è andata anche più avanti di così, toccando temi come “futuro”, “accontentarsi” ecc. ecc. – roba che le paranoie non ce l’hai solo a 30 anni.

Non riuscivo a distogliere l’attenzione dal dramma che si stava consumando, poi per fortuna Fab è arrivato. Trovandomi perplessa abbiamo subito cominciato a chiacchierare di quello che significa adesso – oggi – avere una relazione, essere una coppia, insomma essere quella cosa di cui io sono praticamente digiuna da quasi 4 anni.

Per la cronaca, il mio amico Fab è etero, piacente, intelligente e sensibile (sì, esistono uomini sensibili), con lui riesco a vedere le situazioni dall’altro punto di vista e quando mi prende il comprendere-tutto-tutto-in-maniera-quasi-ossessiva è praticamente la manna dal cielo.

Abbiamo parlato di molte cose interessanti ma forse la più interessante è stata questa: perché ci piacciono gli stronzi? – la domanda era ovviamente posta al singolare, aveva ovviamente come soggetto me medesima e si riferiva ovviamente all’ultima pseudo-relazione disastrosa dalla quale sono uscita. Vittima di attrazioni fatali, quale sono, mi pongo senza dubbio tra quelle donne a cui il bravo ragazzo proprio niente, nisba, tundra siberiana, deserto del Sahara – per quelle che amano il caldo.

Allora Fab mi ha illuminato, se n’è uscito con un candido “è più facile.”.

Capirete lo sgomento, la frustrazione che ho cominciato a provare pensando di dovergli spiegare quanto invece è difficile, è complicato, è sfiancante, è estenuante, è logorante [inserire una lista di sinonimi a piacere], ma non è stato necessario perché bloccandomi mi dice:

“È più facile invaghirsi di uno stronzo, perché è meno impegnativo a livello di sentimenti, nel senso che con uno stronzo si sa già, a livello inconscio, come andranno le cose e quando la relazione finisce hai già la scusa, è stronzo. Fondamentalmente non ti metti in gioco, non rischi, con un non-stronzo, per esempio quello che ti chiedeva di uscire qualche tempo fa, che poi ci sei uscita?” – “No.” – “Ah ecco vedi, non ci sei uscita nemmeno. Beh con il bravo ragazzo non sai mai come potrebbe andare a finire, magari finisce allo stesso modo eh, ma c’è anche la probabilità (una grande probabilità) che invece no. E a quel punto che fai? sei pronta a condividere? a farlo entrare nella tua vita? a dedicargli parte del tempo che dedichi a te stessa?” – “Mmh, penso di essere pronta.” – “Ecco vedi, quel penso ti dovrebbe far riflettere, che poi a una certa è pure matematica, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.” – “Non sono mai stata troppo forte in matematica, cioè fino al 3° anno di liceo ero fortissima poi seno, coseno e limiti mi hanno mandato fuori strada” – “E anche qui si potrebbe aprire una parentesi, non tanto sul seno” (ride perché ho una prima da quando ho 12 anni e in quel momento mi chiedo perché non cambio amici), “quanto sui limiti!” (e qui non posso proprio dire niente perché ho seri problemi con l’impostare il mio limite, tipo il limite entro il quale un soggetto stronzo può avvicinarsi al mio cuoricino – e c’è ancora gente che dice che la matematica non serve nella vita di tutti i giorni, tsè). Riprende “comunque, se non cambi gli addendi, ma solo l’ordine, il risultato non cambia!!” – “Sì, sì, ho capito. Grazie Fab“.

La pioggia prima che cada – J. Coe

“Quelle tre settimane in Francia furono indubbiamente le piu felici della mia vita, e tutte le cose belle che le caratterizzarono sono cristallizzate in questa foto, e nella canzone Bailero, che non manca mai di evocare le immagini di quel lago, e quel prato, dove restammo sdraiate per tutto il pomeriggio, nell’erba alta tra i fiori selvatici, mentre Thea giocava sulla riva. Non c’e niente che si possa dire, immagino, di una felicità perfetta, impeccabile e senza ombre; niente, salvo la certezza che dovrà finire. Al calar della sera, l’aria non divenne più fresca, ma più densa e umida. Avevamo bevuto del vino, e mi sentivo la testa pesante, intorpidita. Credo di essermi addormentata e, quando mi svegliai, vidi che Rebecca era ancora sdraiata accanto a me ma aveva gli occhi aperti, e c’era un movimento veloce dietro il suo sguardo, come se stesse seguendo una rapida catena di pensieri intimi. Quando le chiesi se andava tutto bene, si girò e mi sorrise, il suo sguardo si addolcì e mi sussurrò parole rassicuranti. Mi baciò, poi si alzò e scese verso la riva dove Thea stava raccogliendo sassolini sistemandoli in pile secondo un sistema eccentrico tutto suo.

Andai a raggiungerle, ma Rebecca non si girò quando sentì i miei passi sui ciottoli. Si schermò gli occhi, guardo le montagne e disse: “Guarda quelle nuvole. Ci sarà un bel temporale se vengono da questa parte”. Thea sentì l’osservazione: era sempre molto rapida nel notare i cambiamenti d’umore – restavo sorpresa, ogni volta, nell’accorgermi di quanto fosse sensibile, pronta a recepire gli stati d’animo degli adulti. “Per questo hai l’aria triste?” si sentì in dovere di chiedere. Rebecca si girò. “Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. È il tipo che preferisco.” “Il tuo tipo di pioggia preferito?” disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: “Be’, a me piace la pioggia prima che cada”. Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: “Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro”. “E allora cos’è?” disse Thea. E io spiegai: “E’ solo umidità. Umidità nelle nuvole”. Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l’ altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: “Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia”. Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario – perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. “Certo che non esiste una cosa così,” disse. “E’ proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale.” Poi corse verso l’acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata.”

Era da tanto che non leggevo un libro così bello. Mi sono emozionata, commossa e appassionata. Vi riporto qui una bellissima critica al libro di Shape autore di The first place, un forum online.

La pioggia prima che cada è un romanzo che mi ha emozionato tantissimo, continuamente. Al punto da volerlo leggere molto lentamente, in modo da assaporare più a lungo possibile ogni singola frase. E’ purtroppo finito, avrei voluto ancora essere cullato dalle parole di Rosamond mentre racconta, da diversi nastri destinati alla pronipote Imogen, la storia delle origini della ragazza.

E lo fa in modo particolare: racconta una sorta di saga familiare descrivendo ad Imogen venti foto, che ne rappresentano venti istanti importanti, fondamentali. Ma non è tutto così semplice: Rosamond è malata, sa di essere alla fine dei propri giorni, sa anche di non poter più ritrovare Imogen, di cui ha perso ogni traccia; quindi sceglie di registrare su dei nastri le sue parole, questa lunga storia, che inevitabilmente si intreccia con la sua storia.

La scelta di raccontare una storia scandita al ritmo di venti fotografie è a dir poco geniale: mi sono sentito coinvolto, rapito in epoche lontane dalla mia (la prima persona di cui si racconta è la nonna di Imogen, mentre Imogen ci è contemporanea) e dalle vicende narrate, ma c’è dell’altro, c’è quella genialità di cui vi ho scritto. Imogen è cieca.

E’ cieca dall’età di tre anni, forse serba ancora qualche ricordo della luce, dei colori, dello spettacolo della natura, chissà. Ecco perché Rosamond ha scelto venti fotografie e le ha “raccontate”. Per aiutare Imogen (e, perché no, anche se stessa) a ricordare quello che aveva visto, ma soprattutto a capire il senso di gesti, azioni, frasi, comportamenti. A riviverli insieme a lei così intensamente da avere la necessità di interrompersi nei momenti più emozionanti. Sembra quasi di sentire il click delle interruzioni delle registrazioni, i fruscii e gli altri rumori di sottofondo, mentre questa donna lotta contro la malattia e forse a volte contro i suoi stessi ricordi.

Le vicende procedono, passo dopo passo, fotogramma dopo fotogramma, e alla fine tutto si chiude armonicamente, come ne La casa del sonno, ma con un accordo in minore, nostalgico, che lascia una lunga coda come in L’amore non guasta, una coda di pensieri e ricordi delle vicende appena lette, che finiscono con l’intrecciarsi con i propri e con il lasciarti senza fiato.

Questa, che è la parte principale del romanzo, è racchiusa in un’altra storia, quella di Gill, nipote di Rosamond, incaricata di consegnare i nastri ad Imogen, come richiesto nel testamento di Rosamond. Anche questa breve storia contenitore è in perfetta armonia con il resto, e si chiude con uno dei finali più intensi che abbia mai letto.

In tutto questo processo Jonathan Coe non è mai comparso. Ha scritto lui il libro, certo, ma non mi sono mai accorto della sua presenza. Il racconto procede in modo così lineare e plausibile, ed è scritto in un modo tale che non sembra essere un’opera di fantasia. Leggendo La pioggia prima che cada mi è sembrato di essere preso dalle vicende così come mi era accaduto per Norwegian Wood di Murakami.