Via Ripetta 155 – Clara Sereni

Ho cominciato a leggere “Via Ripetta 155”. L’ho comprato senza conoscere l’autrice, cosa che non mi capita spesso. Mi ha incuriosito il tema: essere giovani tra il ’68 e il ’77. Musica, incontri, speranze, politica, amore e ciclostile. Questo è quello che recita la quarta di copertina. Così l’ho preso e stasera ho cominciato, ma ho cominciato anche a pensare a quanto sono cambiate le cose. Soprattutto negli incontri, quanto è facile non conoscere qualcuno oggi è quanto era difficile qualche anno fa. Si si, non conoscere. In effetti noi non ci conosciamo, possiamo essere amici su tremila social ma quando interagiamo con qualcuno chi è che stiamo conoscendo veramente e quale parte stiamo interpretando? Siamo quelli che scrivono tutto il giorno, ma che in effetti non scrivono nulla. E non parliamo delle relazioni vere! Mi capita spesso di parlare con ragazze che affrontano quotidianamente il dramma del momento: l’uomo che non si può impegnare. Che sta uscendo con una e con un altra, perché adesso funziona così. Quello del “beviamo una birra da me” e mai che dicesse andiamo a bere da qualche parte. Quello che cerca la cosa facile, la relazione non relazione, che si approfitta delle situazioni, che oggi gli vai bene e domani no, del stasera “ho i cazzi miei” e ti deve stare bene se ti tratto con sufficienza, quello che fa il romantico e cerca quel qualcosa in più, peccato che la sera prima sembrava proprio che l’avesse trovato. Beh a tutti questi “quelli” auguro di riuscire a provare per una volta nella vita l’amore, quello vero ma non per forza per una donna. L’amore per la vita e per le persone, perché è ovvio che non ne hanno la più pallida idea. E non parlo solo di uomini, che poi si pensa che sono bigotta, e per carità. Il discorso si può fare anche per le donne ne sono sicura, raccontatemi le vostre esperienze maschietti, su!

Riflessioni di un giorno di pioggia

Quando due persone si lasciano, è triste. Fallire nel progetto di una vita insieme, è triste. Ma crescendo crescono anche le relazioni, non ci sono più i pianti disperati della rottura con il primo fidanzato o la rabbia cieca vomitata addosso al secondo sventurato. C’è una sensazione di immobilità, si progettava un futuro insieme, figli, casa, lavoro e poi più niente.

Quando perdi te stessa, è triste. Sei triste. La sensazione di immobilità rimane. Ti senti ferma, non ti muovi, hai paura. Hai paura di tutto, hai paura anche di quello che potresti fare un giorno in preda all’umore più nero. E finché non perdi te stessa non capisci fino in fondo il dolore che si può provare. Non capisci quanto è buio quando intorno a te ci sono mille luci. E sei immobile, quasi non respiri per paura.

Essere immobili è forse la cosa che mi spaventa di più. Perdere tempo, vivere a metà, avere la sensazione di restare ferma mentre tutto si muove, e si muove anche veloce. Amiche che aspettano la loro gioia più grande, che si preparano a notti insonni con il coraggio che vorrei avere io per affrontare le mie notti insonni. Tutto si muove e io rimango ferma. Mi costringo ad essere spettatrice. Una spettatrice delle volte felice, delle volte rabbiosa. Ma sempre immobile.

Quello che ho capito però è che dall’immobilità ci si muove. La spinta è nelle gambe, nelle mani, negli occhi, nel cuore, è dentro. E per quanto sia difficile trovarla, c’è. E nessuno può toglierla da dentro.

Avere fede è sapere che le situazioni brutte passano. Avere fede in se stessi è la prima grande battaglia vinta.