Le diffide di Irene

Una delle cose più belle che si possono fare dopo i venticinque anni, diciamo ventiequalcosa, è ritrovarsi a cena tra amiche.

Un classicone vede le donne in eterna competizione tra loro in un susseguirsi di colpi bassi e frecciatine nell’aulico gioco del “ce l’ho più lungo” versione femminile. E invece no. Dai ventiequalcosa in poi le serate tra donne rappresentano uno dei migliori modi per tornare a casa spensierate e con il sorriso.

Questo perché, dopo anni di paturnie e varie ed eventuali, siamo finalmente serene, ci circondiamo di persone che amiamo e con cui possiamo essere noi stesse, con cui poter parlare di tutto, ma proprio di tutto senza peli sulla lingua. In ogni serata tra donne che si rispetti esiste una sola regola:

  • Non parlare mai del Fight Club emh… Quello che succede a Las Vegas resta a Las Vegas emh va beh, ci siamo capite.

Oggi però faremo un’eccezione, perché quando si raggiungono livelli di conoscenza cotanto elevati non si può fare a meno di divulgare il verbo. In questo caso il verbo di Irene.

Nel corso di una serata tra cinque donne – single e non in percentuale variabile – si passano inevitabilmente in rassegna le novità in ambito “uomo” – vi invito caldamente a consultare la pagina wikipedia “Uomo” per approfondimenti e ottimismo – e qui sopraggiunge l’amica che candidamente lancia perle/diffide lapidarie alla mercé dell’umanità, tipo:

  1. Diffida due volte degli uomini che si rasano i capelli a pelle. La prima perché tranne Mastrolindo, Casper e The Rock nessun uomo sceglie veramente di assomigliare ad un cono gelato con una pallina sola, quindi sta mentendo. La seconda, ma non meno importante, è che se lo sceglie veramente, probabilmente nasconde qualcosa, tipo un ego sproporzionato.
  2. Diffida dei ragazzi troppo alti. Che tu sia un onestissimo 1.50 o un audace 1.70 per loro non farà alcuna differenza, la tua statura sarà sempre paragonata a una caramella mou che chissà perché ha deciso di mettersi sopra un barattolo, le tue capacità di svolgere una qualsiasi attività giornaliera considerate praticamente inesistenti.
  3. Diffida dei ragazzi con i capelli più lunghi dei tuoi. Cosa nasconde la folta chioma di un uomo: uno spirito ribelle e inaffidabile o una calvizie incipiente? In ogni caso oltre ad intasare per sempre lo scarico della doccia costringendoti al trasloco, prima o poi finirà per usare i tuoi elastici. Tutti i tuoi elastici.
    Ndr: questa diffida non vale per Jason Momoa.
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È tutta una questione di numeri

Numeri: quell’inevitabile consapevolezza che coglie la donna alla soglia dei trent’anni. Se n’è stata in silenzio e in attesa per decenni, in un angolino della memoria accatastando ricordi ed esperienze, con l’unico scopo di uscirsene allo scoperto un giorno insospettabile – tipo il giorno dei saldi da Feltrinelli. Ed ecco che srotola la luuunga pergamena con la lista di tutto quello che avremmo voluto dimenticare, che in effetti pensavamo fosse dimenticato, e invece: no-assolutamente-no.

I ricordi tornano su tutti insieme, come nelle “indigestioni scontate”, per esempio la colazione alle 3 di notte che “Sii mi ci sta il paninozzo, ho una famee!”, ma il giorno dopo sei più convinta che mai che la vita in futuro potrà riservarti al massimo il divano e una tisana al finocchio.

I miei ritorni al passato cominciano inevitabilmente da Luigi, con cui ho pomiciato sull’autobus della gita delle medie (seconda pomiciata della mia vita, prima indiscussa delusione). Uomo la cui posizione cambia costantemente nella mia memoria, passando – e non parlo cronologicamente – dall’essere un tenero ragazzino con un buffo accenno di peluria sopra il labbro superiore, al demonio capostipite di tutti i ragazzi interrotti conosciuti dopo di lui – dipende dal mood della giornata.

In ogni caso, l’idea di scrivere questo post mi è venuta qualche tempo fa vedendo un filmetto easy easy che si chiama What’s your number?, con una super informissima Anna Faris e Captain America Chris Evans – che pure in borghese fa l’effetto giusto.

Nel film, Ally decide di punto in bianco di essere stata a letto con il numero massimo di uomini possibili, allora l’amore della sua vita deve essere per forza un suo ex, che non conta come un +1. Scrive la lista di nomi e chiede aiuto al vicino. Ça va sans dire, Captain America della porta accanto è quello che più si avvicina a un (p/b)enefattore, e l’aiuterà a rintracciare ogni nome della lista.

Dopo un leggero fastidio per l’obsoleto messaggio comunicato alle donne da un film del 2011 – e vi risparmio il pippone correlato – mi sono trovata a riflettere.

No, non seguiranno informazioni personali quali numeri, pesi e misure.

La riflessione è: quand’è che diventiamo severi giudici di noi stesse al punto che ci limitiamo nelle emozioni, nelle relazioni e nella vita? E siamo d’accordo, questo non significa che ci si debba forzare a fare l’esatto opposto di quello che vorremmo, semplicemente, perché non ci accettiamo? Perchè non accettiamo la nostra natura? Perché non accettiamo quello che vogliamo fare? Perché non lo accogliamo come una qualsiasi altra parte del nostro corpo, che so un piede o un braccio.

L’immagine che mi viene in mente ora è quella di un fitto cespuglio di rovi: per mangiarne i frutti, bisogna sporgersi, addentrarvi e uscirne con un po’ di ferite, con l’epidermide danneggiata quel tanto che basta da lasciare il segno, per non dimenticare di quanto fossero buoni i frutti.

Quando lui trova un’altra

Overthink, [pensare troppo a], deve essere eletta parola dell’anno. Ne abusiamo per lo più facendo convergere fonti inestimabili di energia in questioni che dovrebbero impegnare si e no il tempo di uno starnuto. Tipo quando? Tipo quando lui trova un’altra.

Complice un viaggio in treno, ho cominciato a pensare (overthink-are), a formulare delle ipotesi. La ragazza seduta davanti a me ha parlato al cellulare tutto il tempo, era inevitabile che io entrassi nella conversazione, non ascolto musica quando viaggio, di solito leggo ma l’argomento mi interessava assai.

Espongo il caso: donna, età apparente 25-29, affascinante. E non solo perché a me tutte le donne sembrano affascinanti, non riesco a trovare una donna che non abbia quel qualcosa che fa girare la testa. Non c’entra la taglia, il vestito o l’apparenza. È proprio il modo che abbiamo di parlare, di rigirarci i capelli tra le dita, di giocherellare con l’asola della giacca, di accavallare le gambe, di stare sedute, il modo in cui giriamo la testa, come la incliniamo, la linea che evidenzia il collo quando sospiriamo, sono cose che non possono passare inosservate.

In ogni caso, tornando a noi, la sventurata – solo perché si è trovata me come passeggero – ha passato due ore di viaggio a raccontare all’amica dall’altro capo del telefono la sua ultima disavventura, penso si sia trattato di una di quelle telefonate report in cui si passa al setaccio ogni parola, pausa, movimento, sguardo del tempo passato insieme a lui, che tu, web analyst specialist scansati.

La sostanza è: il tipo ha trovato un’altra. Lo diceva come se avesse appena scoperto che le unghie con i disegnini sopra sono raccapriccianti, una doccia gelata che ti porta via l’anima. Che adesso detta così fa ridere, ma ricordo perfettamente il momento preciso in cui ho scoperto – ovviamente queste cose si scoprono – che il mio ex aveva trovato un’altra (dopo circa 28 giorni dalla nostra rottura, roba che forse non mi era tornato ancora il ciclo, n.d.r.). Beh, devo essere onesta, la rosicata era dietro l’angolo, e certe volte pure dritta in faccia, ma nei momenti di lucidità mi dicevo che andava strabene così, perché avevo una nutrita lista di buoni motivi che l’avevano fatto diventare un ex e sono convinta che questo pensiero sia più che condivisibile.

La ragazza del treno non era di questo avviso, ma soprattutto le era capitata la “madre” di tutte le atroci possibilità: quando lui torna con la ex.

Quando tornano con la ex, con la donna della quale non erano più innamorati, quella di cui avete parlato fino al vomito con la quale non erano se stessi o semplicemente la donna che avevano capito di non aver mai amato. Ecco allora li, con tutta la buona volontà, no. No, non capiamo. Non li capiamo. Non riusciremo mai a capire cosa spinge lui a rifugiarsi in una situazione non soddisfacente. Attenzione, vale anche per lei che torna con l’ex.

Secondo il mio modesto parere, quello che dovremmo tenere bene a mente in questi casi è semplicemente che “va bene così”. Di ringraziarlo per avervi dato prova che non poteva essere l’uomo giusto per voi e se continua a prendervi un sacco, se quando lo vedete avete lo stomaco in subbuglio provate a pensare che non si tratta dello stomaco, magari il movimento è un po’ più giù dove le nostre amiche ovaie reclamano qualche momento di divertimento in zona “dove non batte mai il sole” perché non dobbiamo temere il desiderio, ma dovremmo diventare più furbe nel riconoscerlo.

Perché ci piacciono gli stronzi?

Grazie al mio amico Fab – ritardatario cronico – ieri sera sono stata 20 minuti seduta da sola al tavolino del bar a far finta di scrivere a qualcuno al cellulare mentre ascoltavo con nonchalance tutti i dettagli di una chiacchierata tra due amiche in cui lei (avvenente 40enne) raccontava della discussione avuta con il compagno 53enne (secco come un chiodo n.d.r.) il quale dopo aver conosciuto una tipa l’ha aggiunta su facebook. “Ti sembra” stava dicendo all’amica “una scenata di gelosia!? Non era gelosia, questa è mancanza di rispetto” per avere un’idea, è stata 10 minuti a ripetere di avergli detto che era una merda e che si doveva vergognare. Quando l’amica l’ha chiamata Monica sono morta.

La conversazione è andata anche più avanti di così, toccando temi come “futuro”, “accontentarsi” ecc. ecc. – roba che le paranoie non ce l’hai solo a 30 anni.

Non riuscivo a distogliere l’attenzione dal dramma che si stava consumando, poi per fortuna Fab è arrivato. Trovandomi perplessa abbiamo subito cominciato a chiacchierare di quello che significa adesso – oggi – avere una relazione, essere una coppia, insomma essere quella cosa di cui io sono praticamente digiuna da quasi 4 anni.

Per la cronaca, il mio amico Fab è etero, piacente, intelligente e sensibile (sì, esistono uomini sensibili), con lui riesco a vedere le situazioni dall’altro punto di vista e quando mi prende il comprendere-tutto-tutto-in-maniera-quasi-ossessiva è praticamente la manna dal cielo.

Abbiamo parlato di molte cose interessanti ma forse la più interessante è stata questa: perché ci piacciono gli stronzi? – la domanda era ovviamente posta al singolare, aveva ovviamente come soggetto me medesima e si riferiva ovviamente all’ultima pseudo-relazione disastrosa dalla quale sono uscita. Vittima di attrazioni fatali, quale sono, mi pongo senza dubbio tra quelle donne a cui il bravo ragazzo proprio niente, nisba, tundra siberiana, deserto del Sahara – per quelle che amano il caldo.

Allora Fab mi ha illuminato, se n’è uscito con un candido “è più facile.”.

Capirete lo sgomento, la frustrazione che ho cominciato a provare pensando di dovergli spiegare quanto invece è difficile, è complicato, è sfiancante, è estenuante, è logorante [inserire una lista di sinonimi a piacere], ma non è stato necessario perché bloccandomi mi dice:

“È più facile invaghirsi di uno stronzo, perché è meno impegnativo a livello di sentimenti, nel senso che con uno stronzo si sa già, a livello inconscio, come andranno le cose e quando la relazione finisce hai già la scusa, è stronzo. Fondamentalmente non ti metti in gioco, non rischi, con un non-stronzo, per esempio quello che ti chiedeva di uscire qualche tempo fa, che poi ci sei uscita?” – “No.” – “Ah ecco vedi, non ci sei uscita nemmeno. Beh con il bravo ragazzo non sai mai come potrebbe andare a finire, magari finisce allo stesso modo eh, ma c’è anche la probabilità (una grande probabilità) che invece no. E a quel punto che fai? sei pronta a condividere? a farlo entrare nella tua vita? a dedicargli parte del tempo che dedichi a te stessa?” – “Mmh, penso di essere pronta.” – “Ecco vedi, quel penso ti dovrebbe far riflettere, che poi a una certa è pure matematica, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.” – “Non sono mai stata troppo forte in matematica, cioè fino al 3° anno di liceo ero fortissima poi seno, coseno e limiti mi hanno mandato fuori strada” – “E anche qui si potrebbe aprire una parentesi, non tanto sul seno” (ride perché ho una prima da quando ho 12 anni e in quel momento mi chiedo perché non cambio amici), “quanto sui limiti!” (e qui non posso proprio dire niente perché ho seri problemi con l’impostare il mio limite, tipo il limite entro il quale un soggetto stronzo può avvicinarsi al mio cuoricino – e c’è ancora gente che dice che la matematica non serve nella vita di tutti i giorni, tsè). Riprende “comunque, se non cambi gli addendi, ma solo l’ordine, il risultato non cambia!!” – “Sì, sì, ho capito. Grazie Fab“.

Violenza sulle donne, la campagna shock di Pubblicità Progresso

Oggi pubblico un articolo che non c’entra molto con le cose che tratto sempre ma che mi sta a cuore, molto.
Mi piacciono le pubblicità che fanno riflettere, che ti fanno rimanere male mentre non mi piacciono quelle che ti fanno orrore pur di attirare l’attenzione. Proprio per questo che la nuova campagna di Pubblicità Progresso contro la violenza sulle donne mi è piaciuta molto e ci fa capire quanto l’ignoranza e la discriminazione sia ben radicata e diffusa in Italia. La campagna affissioni prevede cartelloni in cui ci sono immagini di donne con un fumetto lasciato a metà, l’obiettivo era quello di farli riempire dai passanti. Ecco il risultato.

imagefonte: L’Espresso – Repubblica