[Consigli di lettura] Oltre il confine – Cormac McCarthy

Da mangialibri.com

L’attesissimo secondo capitolo della Border Trilogy, dopo il successo mondiale di Cavalli selvaggi nel 1992, è ancora un romanzo di formazione, e ancora una volta vede dei ragazzi (prima solo Billy e la sua lupa tanto inseguita, poi Billy e Boyd in cerca di cavalli rubati e vendetta,  infine ancora Billy da solo alla ricerca del fratello) passare il confine tra Stati Uniti e Messico. Un attraversamento che è ovviamente una metafora (ben resa dal titolo originale The Crossing e tutto sommato per una volta anche da quello italiano Oltre il confine) e sancisce un passaggio all’età adulta che Cormac McCarthy vede e racconta come inesorabilmente doloroso. Regnano un cupo pessimismo, una malinconia struggente che fanno da controcanto ad atmosfere à la Jack London nella prima parte e a un plot più tipicamente western (anche se il romanzo è ambientato negli anni a cavallo della Seconda Guerra Mondiale) con spruzzate di Hemingway – data l’ambientazione messicana – nella seconda e terza parte. Ma a dominare la scena non sono le storie o i personaggi: è lo stile di Cormac McCarthy, quella che Anthony Quinn sull’Independent ebbe a definire con singolare efficacia la sua “archaic grandeur”. Qui il gioco dell’autore di Providence se possibile si fa ancora più scoperto, e in alcuni momenti il lettore riesce come a vedere in trasparenza gli ingranaggi che muovono la macchina narrativa: il sintomo di un approccio meno spontaneo, più cerebrale, più di maniera? Forse. O forse no. La scrittura di McCarthy, si sa, è basata sulla laconicità dei dialoghi, privi di virgolette e quasi privi di notazioni quali “disse”, “aggiunse”, “rispose” etc.:  i personaggi sono estremamente parchi di parole, e nei silenzi e nelle pause che riesce a percepire quasi fisicamente il lettore è istintivamente portato a immaginare un mondo intero di non detto, di sottintesi, di emozioni. La domanda è: questo mondo nascosto tra le righe esiste davvero o stiamo cadendo in una trappola come quelle che Billy Parham e suo padre piazzano nei boschi del New Mexico? Forse il segreto di questo grande scrittore è proprio questo: lavorare talmente in sottrazione, distillare tanto severamente le parole da regalarci il minimo indispensabile da leggere. Per costringerci a leggere dentro di noi più che sulle pagine dei suoi libri.

Il doloroso passaggio dall’adolescenza all’età adulta di Billy Parham che ci fa rivivere con forza e passione i nostri sogni ed incubi. È uno dei più bei libri che io abbia letto.

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